Blitz nella Piana di Sibari, 20 fermi per caporalato e riduzione in schiavitù
- 5 minuti fa
- Tempo di lettura: 5 min
Maxi operazione dei Carabinieri coordinata dalla DDA di Catanzaro: smantellate due presunte associazioni criminali. Contestati anche estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Al centro dell’inchiesta turni massacranti, salari discriminati e un sistema per ottenere illegalmente i visti d’ingresso
02 SET - CASSANO IONIO (CS) – Venti persone sono state raggiunte da un decreto di fermo di indiziato di delitto nell’ambito della maxi operazione contro il caporalato scattata all’alba nella Piana di Sibari. L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, è stata condotta dai Carabinieri per la Tutela del Lavoro, con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma, e ha interessato anche le province di Napoli, Bologna, Sassari e Mantova.
I destinatari dei provvedimenti sono 18 cittadini pakistani, un indiano e un cittadino del Bangladesh. Le accuse, a vario titolo, comprendono associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Secondo l’impianto accusatorio, al centro dell’inchiesta ci sarebbero due distinte associazioni criminali, strettamente collegate tra loro: una avrebbe gestito il reclutamento e lo sfruttamento della manodopera agricola, mentre l’altra avrebbe organizzato un sistema finalizzato a ottenere illegalmente visti d’ingresso attraverso le procedure previste dai Decreti Flussi.
L’inchiesta ha preso avvio nel 2020 da una vicenda apparentemente legata al danneggiamento delle automobili di due presunti caporali. I due si erano rivolti ai Carabinieri accusando alcuni giovani migranti di essere responsabili del taglio degli pneumatici delle loro vetture.
La versione dei fatti sarebbe però stata ribaltata dalle successive denunce dei lavoratori. I braccianti avrebbero raccontato agli investigatori di essere stati vittime di mesi di mancati pagamenti, pressioni e minacce, collegando il danneggiamento delle auto ai contrasti nati dalle loro richieste di regolarizzazione contrattuale e di pagamento delle somme dovute.
Da quelle testimonianze sarebbe quindi partita una complessa attività investigativa che ha permesso agli inquirenti di ricostruire, secondo l’accusa, un sistema organizzato di sfruttamento della manodopera agricola.
Una delle due organizzazioni, composta prevalentemente da cittadini stranieri, avrebbe esercitato un controllo sulla manodopera agricola nella Piana di Sibari.
Le vittime sarebbero state soprattutto giovani migranti pakistani e subsahariani, spesso in condizioni di estrema vulnerabilità e privi di alternative lavorative. Alcuni sarebbero stati costretti a vivere in abitazioni degradate, anche in gruppi molto numerosi, pagando una quota mensile direttamente all’organizzazione.
I lavoratori venivano quindi trasportati nei campi a bordo di auto e furgoni, anche oltre i limiti di capienza, con ulteriori somme trattenute quotidianamente per il trasporto.
Le giornate lavorative potevano arrivare a 8-10 ore consecutive, senza riposi settimanali, ferie o adeguate tutele assicurative e sanitarie. La paga effettiva, secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stata compresa tra circa 2,70 e 3 euro l’ora per alcuni lavoratori, mentre per altri si sarebbe attestata su cifre leggermente superiori.
Gli investigatori contestano inoltre ai presunti caporali minacce e ritorsioni nei confronti di chi chiedeva il pagamento degli arretrati o condizioni di lavoro diverse. Tra le pressioni denunciate ci sarebbero state anche minacce di sfratto, perdita del permesso di soggiorno e aggressioni fisiche.
Tra gli elementi emersi dall’inchiesta figura anche una presunta discriminazione salariale legata alla nazionalità dei lavoratori.
Secondo gli investigatori, i braccianti subsahariani avrebbero ricevuto le retribuzioni più basse, mentre ai lavoratori pakistani e afghani sarebbero state riconosciute somme leggermente superiori, pur a fronte di mansioni e orari analoghi.
Una differenza che, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stata utilizzata dall’organizzazione per rafforzare il controllo sui propri connazionali e mantenere il sistema di sfruttamento.
Parallelamente sarebbe stata individuata una seconda associazione, composta da soggetti italiani, che avrebbe operato nel settore dell’immigrazione.
L’organizzazione avrebbe sfruttato le procedure previste dai Decreti Flussi presentando migliaia di domande di assunzione ritenute fittizie. Le pratiche sarebbero state predisposte utilizzando aziende agricole e commerciali formalmente esistenti ma, secondo l'accusa, prive dei requisiti necessari o intestate a prestanome.
Per rendere credibili le richieste sarebbero stati alterati anche i dati economici delle aziende attraverso documentazione e fatture ritenute false.
Il sistema avrebbe consentito di ottenere visti d’ingresso dietro il pagamento di somme comprese, secondo gli investigatori, tra 6.500 e 10.000 euro per ciascuna pratica.
Una volta arrivati in Italia, i migranti si sarebbero trovati senza un reale posto di lavoro nelle aziende che avevano presentato le richieste e, gravati dai debiti contratti per ottenere il visto, sarebbero finiti nella rete del caporalato agricolo.
Gli investigatori contestano inoltre l’utilizzo abusivo di credenziali SPID appartenenti ad altri cittadini stranieri già regolarizzati, allo scopo di aggirare i limiti previsti per le domande.
Un ulteriore filone dell’inchiesta riguarda i presunti collegamenti tra il sistema di sfruttamento e ambienti riconducibili alla criminalità organizzata della Sibaritide.
Secondo quanto emerso dalle indagini, alcune aziende agricole utilizzate per impiegare la manodopera sarebbero state formalmente intestate a prestanome, ma riconducibili, secondo l’ipotesi accusatoria, a soggetti vicini ai clan locali.
I lavoratori che avrebbero contestato le condizioni di impiego o di alloggio sarebbero stati intimiditi anche attraverso il richiamo all'appartenenza mafiosa.
Si tratta di un aspetto sul quale gli accertamenti dovranno ora consentire di fare piena luce.
Per ricostruire il funzionamento delle organizzazioni, i Carabinieri hanno svolto per anni attività di osservazione, pedinamento e controllo nelle campagne della Piana di Sibari.
L’indagine si è avvalsa anche di intercettazioni telefoniche e ambientali, sistemi GPS installati sui veicoli e telecamere nascoste nei punti utilizzati per la raccolta e il trasferimento dei braccianti.
Decisivi sarebbero stati anche i controlli effettuati direttamente nei campi durante le stagioni di raccolta di agrumi e olive. Gli interventi avrebbero permesso di individuare lavoratori impiegati in nero, verificare le condizioni di sicurezza e acquisire ulteriore documentazione.
Nel corso dell’operazione sono state inoltre eseguite perquisizioni personali e locali e sequestrati documenti, dispositivi elettronici e telefoni cellulari. Tra il materiale acquisito figurerebbero anche i cosiddetti “libri neri”, utilizzati, secondo l’accusa, per annotare ore di lavoro e somme trattenute ai braccianti.
Il sindaco di Cassano Ionio Gianpaolo Iacobini ha espresso apprezzamento per l’operazione condotta dalla DDA di Catanzaro e dai Carabinieri per la Tutela del Lavoro.
«Ancor più dopo i tragici fatti dei mesi scorsi – ha dichiarato – si tratta di un’iniziativa investigativa e giudiziaria che conferma quanto sia fondamentale mantenere alta l’attenzione su una piaga del genere».
Iacobini ha sottolineato l’importanza di chiarire «tutti i rapporti e le eventuali responsabilità emerse, oltre ai collegamenti con ambienti riconducibili alle cosche operanti sul territorio».
Il primo cittadino ha inoltre rivolto un riconoscimento alla Guardia di Finanza di Sibari per l’attività di contrasto al caporalato e alle altre forme di illegalità nella Sibaritide.
Sull’operazione è intervenuto anche il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, che ha definito il contrasto al caporalato una «battaglia di civiltà».
«Le condotte emerse dall’indagine, che spaziano dalla riduzione in schiavitù al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, delineano un quadro di grave illegalità che le istituzioni non possono tollerare», ha affermato.
Per Occhiuto, condizioni di vita e di lavoro di questo tipo «ledono i diritti fondamentali della persona» e finiscono anche per danneggiare le aziende agricole che operano rispettando le regole.
L’operazione rappresenta ora un importante passaggio investigativo, mentre proseguono gli accertamenti per definire ulteriormente il ruolo dei singoli indagati e ricostruire tutti i collegamenti tra il sistema del caporalato, il traffico dei visti e i presunti rapporti con la criminalità organizzata.



Commenti