Operazione “Baia Bianca”, smantellata rete dello spaccio tra Calabria e altre 4 regioni: 14 arresti
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19 MAG - SCALEA (CS) – Un’organizzazione radicata nel Tirreno cosentino, capace di gestire traffici di droga, intimidazioni ed estorsioni anche dal carcere attraverso telefoni cellulari clandestini. È questo il quadro emerso dall’operazione “Baia Bianca”, il blitz coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro che all’alba ha portato all’arresto di 14 persone tra Calabria, Campania, Sicilia ed Emilia-Romagna.
L’operazione è stata eseguita dai carabinieri della Compagnia di Scalea con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma, dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria e dell’8° Nucleo Elicotteri di Vibo Valentia.
Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata dal metodo mafioso, tentata estorsione e accesso illecito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti.
Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo avrebbe operato principalmente tra Scalea, l’alto Tirreno cosentino e la Valle del Noce, costruendo una rete organizzata per il commercio di cocaina e hashish con collegamenti fuori regione.
Le indagini, sviluppate nell’arco di circa venti mesi attraverso intercettazioni, pedinamenti e attività tecniche, avrebbero consentito di delineare una struttura criminale organizzata secondo uno schema piramidale.
Al vertice, secondo gli inquirenti, vi sarebbero stati due promotori supportati da un referente operativo incaricato di coordinare i corrieri e la rete di spacciatori attiva sul territorio. La droga sarebbe arrivata principalmente dalla Campania attraverso forniture frazionate, una strategia studiata per limitare eventuali perdite in caso di sequestri da parte delle forze dell’ordine.
Per comunicare ed evitare controlli, gli affiliati avrebbero utilizzato termini criptici e linguaggi convenzionali.
Tra gli elementi più rilevanti emersi dall’inchiesta c’è il ruolo attribuito a una donna ritenuta dagli investigatori figura centrale dell’organizzazione. Secondo quanto ricostruito dalla DDA, sarebbe stata considerata dagli affiliati una presenza autorevole e temuta, tanto da essere soprannominata “Rosy Abate”, richiamando il noto personaggio televisivo legato alle fiction antimafia.
Gli investigatori ipotizzano inoltre l’esistenza di una sorta di “cassa comune” utilizzata per sostenere economicamente gli affiliati arrestati e affrontare le spese legali del gruppo.
Nel corso delle attività investigative sarebbero state documentate numerose cessioni di stupefacenti, con sequestri di cocaina e hashish. In uno degli episodi contestati, un presunto corriere avrebbe tentato di disfarsi di circa 50 grammi di cocaina durante una fuga.
Secondo gli inquirenti, il gruppo avrebbe inoltre adottato metodi intimidatori per recuperare i crediti legati allo spaccio, ricorrendo a minacce e pressioni nei confronti degli acquirenti morosi. Alcuni episodi contestati sarebbero aggravati dal metodo mafioso.
Tra gli aspetti considerati più delicati dell’inchiesta figura la presunta gestione delle attività criminali anche dall’interno della Casa Circondariale di Paola. Secondo l’accusa, alcuni detenuti sarebbero riusciti a mantenere i contatti con l’esterno utilizzando smartphone introdotti illegalmente nel penitenziario.
Attraverso quei dispositivi, sempre secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero state impartite indicazioni operative agli affiliati rimasti in libertà, garantendo continuità alle attività dell’organizzazione nonostante lo stato di detenzione dei vertici del gruppo.



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